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15/09/2018, 10:40

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L’intera-estate-sotto-un-albero-dell’ex-assicuratore-ribelle


 Elegante, seduto per ore nella piazzetta sotto un grattacielo, ha attirato l’attenzione di tutti



Genova. Dice di aver fatto il lavoro più bello del mondo. 
E uno si aspetta, chissà, l’aviatore, l’esploratore, lo scienziato, magari l’astronauta. Lui ti guarda con sguardo lucido e risponde secco: «L’assicuratore». Camicia bianchissima, cravatta, legge i giornali («li compro io, non sono quelli del bar») fissando la sua attenzione sulle pagine economiche. Alla fine "l’uomo dell’albero", mistero ed enigma di un’estate intera, si rivela.

Quanti l’hanno notato, seduto per ore e ore nello spiazzo sotto il Matitone, il grattacielo a punta che ospita gli uffici del Comune e della polizia municipale. Seduto e impassibile, con calma zen, imperturbabile quando gli occhi curiosi li scrutavano. In fondo in fondo non gli dispiace attirare la curiosità dei passanti. Non ci vuole davvero molto per farlo capitolare e farglielo ammettere: «Mi diverte constatare che mi guardano con interesse».

Camillo Chiarabelli, 80 anni tra qualche mese, è un assicuratore della Sai in pensione. Anzi, «uno dei migliori assicuratori della Sai», rivendica con forza. Nella valigetta in cui custodisce i giornali del giorno conserva anche alcuni ricordi della sua vita. Estrae con orgoglio una foto che lo ritrae premiato da Giorgio Brinatti («il conte Brinatti»), all’epoca direttore del gruppo assicurativo. Un lingotto d’oro, per i risultati ottenuti nella sua attività. L’immagine è quello di un uomo prestante ed elegante, in abito scuro e cravatta. ll direttore gli stringe la mano.

Sono uno spirito libero. 
Ero tra i migliori nel mio lavoro ma non sono mai andato in ufficio «Andavo alla grande, negli anni Ottanta guadagnavo anche cinque milioni di lire al mese e a quell’epoca erano soldi, soldi veri». Così, sull’onda dei ricordi, si svela anche il perché della scelta di mostrarsi così ostentatamente isolato (apparentemente) dal mondo che lo circonda, seduto ogni giorni sotto l’albero. Che, in realtà, «è solo il posto più fresco e arieggiato di questa piazzetta, un’oasi in questa estate terribile». Una strategia precisa, quella del passato. «Io non sono quasi mai andato in ufficio. Io ho sempre affrontato il mio lavoro così, sulle spiagge d’estate, nei bar. Non ho mai avuto un telefonino o una macchina. Mi mettevo un po’ in disparte ma in maniera da non passare inosservato e pregavo il titolare di mettere in giro la voce che ero un assicuratore».

Chiarabelli rivela: «Ha sempre funzionato. Perché il mio lavoro si fa cosi: dove c’è la gente, conoscendo la gente. Conquistandosi la fiducia e poi uno ti segnala a un amico e la catena non si interrompe. Tornavo in ufficio solo alle quattro del pomeriggio a registrare i contratti che avevo stipulato ed erano sempre molti di più di quelli dei colleghi». Sempre in giro, quasi mai alla scrivania: «Loro credevano di poter ottenere buoni risultati restando appesi tutto il giorno alla cornetta del telefono. No, non funziona così». Sfoglia le pagine dei giornali, la sua attenzione si concentra sugli argomenti che conosce meglio, quelli finanziari. Indica il titolo sulla vicenda di Qui Ticket e commenta: «Ecco, vede, questa è davvero una brutta storia, mi interessa davvero sapere che cosa scopriranno».

Quando arriva la pensione, Chiarabelli fa una scelta ben precisa. «Sono riuscito a coniugare una vita da persona super libera come mi sono sempre sentito all’attività di assicuratore. Voglio continuare ad esserlo». Ammette: «Le cose sono andate cosi anche perché i miei genitori mi hanno lasciato bene, lo riconosco. Ma sono sempre stato uno spirito indipendente, non mi faccio intruppare a ottant’anni». La sua vita: vive da una signora che gli garantisce da mangiare e da dormire, qui nelle vicinanze. Si sveglia alle cinque della mattina, alle cinque e mezza fa colazione e compra i quotidiani. «Poi vengo qui. Alla mia età non ho voglia di prendere mezzi per andare alla spiaggia. Potrei vivere da mia sorella che è una donna fantastica, meravigliosa e vive in un posto incantevole ma non voglio dar disturbo a nessuno. Ho trascorso in questa piazzetta tutta l’estate e sto benissimo».

E le donne? «Ho fatto a modo mio, anche con loro. Quando mi innamoravo, andavo da un orafo e facevo incidere il loro nome in un anello. Quando la storia finiva, salutavo con garbo e lasciavo loro l’anello. L’ho fatto per sette volte, il mio anello era sempre lo stesso». Ci congediamo. Lui sorride: «Sono riuscito a vivere da persona assolutamente libera e indipendente anche facendo l’assicuratore. Ne sono felice. E il telefonino non ce l’ho neanche oggi».

Marco Menduni - Il secolo XIX


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